Pagina:Marinetti - Teatro.djvu/61

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Kabango

Lanzirica ha uno spirto invischiato nelle scritture. Non è un poeta. E’ un medico, cioè il suddito devoto della regina Malattia! Troverò per te altre strofe d’amore, perché la nostra notte sia colma d’ogni delizia. Sarà la notte piú bella, forse l’ultima!

Mabima

Cosa hai?

Kabango

Ho sussultato involontariamente. Lunghi brividi fanno spasimare la foresta. Non temo nulla. Una forza lieta mi gonfia il cuore. Ma sento che non avremo forse piú una notte d’amore come questa.

Mabima

entra nella capanna, e ne esce con un piccolo tappeto fra le mani:

Guarda! Guarda com’è bello! La luce cede alle ombre della notte. Non puoi vedere le meraviglie degli ornamenti. Senti, che morbidezza contenta! E’ vivo, questo tappeto; quasi respira. Contiene i palpiti dei tessitori che lo formarono sognando di riposarvisi sopra. Ha la sofficità di cento mandre d’agnelli e la gemente dolcezza dei loro belati. E’ più leggero degli uccelli. Contiene anche piume di rondini. Guarda come hanno ben ricamato con fili d’oro questa grande aquila, simile a quelle che tu ami. Questa però è ferma sulle ali, nel cielo della felicità. Forse incontrò il suo Kabango! Vi sono ricami che fingono colonne, portici e fontane.

Kabango

seguendo incuriosito la descrizione di Mabima. (2 Frusciatoci):

Riposeremo bene, su questo tappeto che sembra il riassunto di una reggia. Se non fossi Kabango, questo tappeto,

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