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LA NOVELLETTA

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95.Dato al lungo digiun breve ristoro
con cibi che del Ciel foran ben degni,
entra pur a la vista occulto coro,
sceso quaggiú da’ miei beati regni,
concordando lo stil dolce e canoro
a la facondia degli arguti legni.
Ben che né di cantor, né di stromenti
scorga imagine alcuna, ode gli accenti.

96.Giá l’Oblio taciturno esce di Lethe,
giá la notte si chiude, e ’l di vien manco,
e le stelle cadenti e l’ombre chete
persuadono il sonno al mondo stanco:
onde disposta alfin di dar quiete
al troppo dianzi affaticato fianco,
ricovra a letto in piú secreto chiostro,
piumato d’oro, incortinato d’ostro.

97.Allor mi movo al dolce assalto, e tosto
ch’entro la stanza ogni lumiera è spenta,
invisibile amante, a lei m’accosto,
che dubbia ancor, ciò che non sa paventa.
Ma se l’aspetto mio tengo nascosto,
le scopro almen l’ardor che mi tormenta,
e da lagrime rotti e da sospiri
le narro i miei dolcissimi martiri.

98.Ciò ch’ai buio tra noi fusse poi fatto
(piú bel da far, che da contar) mi taccio.
Lei consolata alfin, me sodisfatto,
basta dir, ch’amboduo ne strinse un laccio.
De la vista il difetto adempie il tatto,
quel che cerca con l’occhio, accoglie in braccio,
s’appaga di toccar quel che non vede,
quanto a l’un senso nega, a l’altro crede.