Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/229

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search



107.Taccio, ed ella ascoltando i miei ricordi,
promette d’osservar quanto desio.

  • Di me stessa» dicea «fia che mi scordi

pria che gli ordini tuoi ponga in oblio.
A’ tuoi fían sempre i miei desir concordi,
tu se’ (qualunque sei) lo spirto mio.
Abbine di mia fé pegno securo,
per me, per te, per Giove stesso il giuro».

108.Giá dando volta al bel timon dorato,
e de’ monti indorando omai le cime,
il carro di Lucifero rosato
da le nubi vermiglie il giorno esprime;
quando a quel dir svanitole da Iato,
volo per l’aure, e fo portar sublime
l’indegna coppia innanzi a la mia vita
dal bel Signor de la stagion fiorita.

109.Le ’ncontra, e bacia, e ’n dolci atti amorosi
fa lor liete accoglienze, ossequii cari.
Le ’ntroduce a la Reggia, ov’entro ascosí
servon senza scoprirsi i famigliari.
Tra ricchi arnesi e tra tesor pomposi
trovan cibi e lavacri eletti e rari,
sí ch’elle a tanto cumulo di bene
giá nutriscon l’invidia entro le vene.

110.Le dimandan chi sia di cose tante
signor, di che fattezze il suo diletto.
Ella fin a quel punto ancor costante
non obliando il maritai precetto,
s’infinge, e dice: «11 mio gradito amante
è piú ch’altro leggiadro un giovinetto;
ma l’avete a scusar, ch’agli occhi vostri,
occupato a le cacce, or non si mostri».