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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/233

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canto quarto 231


123.Tosto che la stagion serena e fosca
l’aere abbraccia dintorno, io l’ali spiego,
e qual velen quelle due Furie attosca
racconto a la mia Psiche, e la riprego
a voler (ben ch’a pien non mi conosca)
contentarsi del più, se ’l men le nego:
le scopro il cor, coprendole il sembiante,
e può veder l’amor, se non l’amante.

124.Le mostro che soverchio è voler poi
investigar la mia vietata faccia,
poi che però non crescerà tra noi
quel grand’amor, che l’un’e l’altro allaccia.
L’essorto che non guasti i piacer suoi
per un lieve desio, ma goda, e taccia:
quanto può giusto sdegno io le rammento,
e la fede promessa, e ’l giuramento.

125.Le fo saver che nel bel sen fecondo
un fortunato infante ha già concetto,
che fia divino ed immortale al mondo,
se s’asterrà dal mio conteso aspetto.
Ma se vorrà mirar quel che l’ascondo,
a morte lo farà nascer soggetto.
L’ammonisco a schivar tanta ruina
al fanciul sovrastante, a lei vicina.

126.Ella giura e scongiura, e ’nsomma vole
pur riveder quella sorella e questa;
e fa con lagrimette e con parole
un bacio intercessor de la richiesta;
ed io col proprio crin, mentre si dole,
rasciugando le vo la guancia mesta.
Lasso, che non potrà, se in me può tanto
l’amorosa eloquenza del bel pianto?