Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/233

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123.Tosto che la stagion serena e fosca
l’aere abbraccia dintorno, io l’ali spiego,
e qual velen quelle due Furie attosca
racconto a la mia Psiche, e la riprego
a voler (ben eh’a pien non mi conosca)
contentarsi del piú, se ’l men le nego:
le scopro il cor, coprendole il sembiante,
e può veder l’amor, se non l’amante.

124 Fe mostro che soverchio è voler poi
investigar la mia vietata faccia,
poi che però non crescerá tra noi
quel grand’amor, che l’un’e l’altro allaccia.
L’essorto che non guasti i piacer suoi
per un lieve desio, ma goda, e taccia:
quanto può giusto sdegno io le rammento,
e la fede promessa, e ’l giuramento.

125.Le fo saver che nel bel sen fecondo
un fortunato infante ha giá concetto,
che ha divino ed immortale al mondo,
se s’asterrá dal mio conteso aspetto.
Ma se vorrá mirar quel che l’ascondo,
a morte lo fará nascer soggetto.
L’ammonisco a schivar tanta ruina
al fanciul sovrastante, a lei vicina.

1 26. Fila giura e scongiura, e ’nsomma vole
pur riveder quella sorella e questa;
e fa con lagrimette e con parole
un bacio intercessor de la richiesta;
ed io col proprio crin, mentre si dole,
rasciugando le vo la guancia mesta.

Lasso, che non potrá, se in me può tanto
l’amorosa eloquenza del bel pianto?