Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/246

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175.Dopo molto lagnarsi in piè risorge,
ratto poi drizza al vicin prato il passo,
ché con corso pacifico vi scorge
torcersi un fiumicel tra sasso e sasso.
Va su l’estremo margine, che sporge
l’orlo curvo e pendente al fondo basso,
e desperata, e dal dolor trafitta
precipitosamente in giú si gitta.

176.Ma quel cortese e mansueto rio
o ch’a me compiacer forse volesse,
ricordevole pur, che son quell’io
che so fiamme destar tra Tacque istesse,
o che con gli occhi, ov’arde il foco mio,
rasciutte un sí bel Sol Tonde gli avesse,
de l’altra riva in su le spiagge erbose
con innocente vomito l’espose.

177.Vede, uscita del rischio, a l’ombra assiso
d’Arcadia il rozo Dio, ch’ivi soggiorna.
Tutto d’ebuli e mori ha tinto il viso,
e di pelle tigrina il fianco adorna.
Fa d’edra fresca un ramoscel reciso
ombroso impaccio a Tonorate corna;
e tien con l’edra incatenando il faggio,
impedito di fronde il crin selvaggio.

178.Mentre le Capre sue vaghe e lascive
pendon da l’erta con gli amici Agnelli,
e del fiume vicin, lungo le rive
tondono i verdi e teneri capelli,
egli a le canne, che fur ossa vive
di lei che gli arse il cor con gli occhi belli,
inspira da lo spirto innamorato
voce col suono, ed anima col fiato.