Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/285

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19.Ma l’ingrato Garzon chiuse le porte
tien di pietate al suo mortai dolore.
Porta negli occhi e ne le man la morte,
de le fere nemico, e piú d’Amore.
Arma, crudo non men che bello e forte,
d’asprezza il volto, e di fierezza il core.
Di sé s’appaga, e lascia in dubbio altrui
se grazia o feritá prevaglia in lui.

20.«Amor» dicean le Verginelle amanti
«o da questo sord’Aspe Amor schernito,
dov’è l’arco e la face, onde ti vanti?
perché non ne rimane arso e ferito?
Deh fa’. Signor, che con sospiri e pianti
ami invan non amato e non gradito.
Come piú tant’orgoglio omai sopporti?
Vendica i propri scorni, e gli altrui torti!»

21.A quel caldo pregar l’orecchie porse
l’Arcier contro il cui strai schermo vai poco,
e ’l Cacciator superbo un giorno scòrse
tutto soletto in solitario loco.
Stanco egli di seguir Cinghiali ed Orse,
cerca riparo dal celeste foco.
Tace ogni augello al gran calor ch’essala,
salvo la roca e stridula Cicala.

22.Tra verdi colli in guisa di teatro
siede rustica valle e boschereccia.
Falce non osa qui, non osa aratro
di franger gleba, o di tagliar corteccia.
Fonticel di bell’ombre algente ed atro,
inghirlandato di fiorita treccia,
qui dal Sol si difende, e sí traluce,
ch’ai fondo cristallin l’occhio conduce.