Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/286

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23.Su la sponda letal di questo fonte,
che i circostanti fior di perle asperge,
e fa limpido specchio al cavo monte,
che lo copre dal Sol quando piú s’erge,
appoggia il petto e l’affannata fronte,
le mani attuffa, e l’arse labra immerge.
E quivi Amor, mentr’egli a ber s’inchina,
vuol ch’impari a schernir virtú divina!

24.Ferma ne le bell’onde il guardo intento,
e la propria sembianza entro vi vede.
Sente di strano amor novo tormento
per lei, che finta imagine non crede.
Abbraccia l’ombra nel fugace argento,
e sospira e desia ciò che possiede.
Quel che cercando va, porta in se stesso,
miseri, né può trovar quel c’ha da presso.

25.Corre per refrigerio a l’onda fresca
ma maggior quindi al cor sete gli sorge.
Ivi sveglia la fiamma, accende l’ésca,
dove a temprar l’arsura il piè lo scòrge.
Arde, e perché l’ardor vie piú s’accresca
la sua stessa beltá forza gli porge;
e ne l’incendio d’una fredda stampa
mentre il viso si bagna, il petto avampa.

26.La contempla, e saluta, e tragge (ahi folle!)
da mentito sembiante affanno vero.
Egli amante, egli amato, or gela, or bolle,
fatto è strale e bersaglio, arco ed arciero.
Invidia a quell’umor liquido e molle
la forma vaga e ’l simulacro altero,
e geloso del bene, ond’egli è privo,
suo rivai su la riva appella il rivo.