Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/307

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107.Ben che tutto di luci il Ciel sia pieno,
solo il Sole è però, che ’l mondo alluma.
Non ha piú face Amor per questo seno,
sarò qual sono al foco ed a la bruma:
di sí dolce fontana esce il veleno
che dolcissimamente nu consuma.
Giunga il mio corso a riva o presto, o tardo,
vivrò qual vivo, ed arderò com’ardo.

108.Ma se costume, e naturale instinto,
che di fere affrontar mi dá baldanza,
da la beltá che m’ha legato e vinto
talor di desv’iarmi avrá possanza,
non te ne caglia no, ch’a ciò son spinto
sol da l’antica e dilettosa usanza;
né sdegnar te ne dèi, ché chi ben ama
il piacer del su’ amor seconda e brama.

109.Non sia prodigo Amor, perché talora
suole il cibo aborrir sazio appetito.
Passa l’uso in disprezzo, e spesso ancora
frequentato diletto è men gradito.
Né sí aspettato e desiato fora
s’April d’ogni stagion fusse fiorito.
Sempre quel ch’è vietato, e quel ch’è raro,
piú n’invoglia il desire, e piú n’è caro.

110.Non ch’io d’amarti o fastidito o stanco
possa aver mai di te l’anima sgombra;
anzi quando il tuo Sol mi verrá manco,
sarò qual ciel cui fosca notte adombra:
senz’occhi in fronte, e senza core al fianco,
senz’alma un corpo, e senza corpo un’ombra.
Ma se questo è destili, porta il devere
che quel che vole il Ciel, vogli volere. —

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