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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/309

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canto quinto 307


115.Occupa il campo poi del pavimento
la regïon del Tartaro profondo,
ch’a fogliami di gitto ha un partimento
fatto d’òr fino, e dilatato in tondo;
e quivi in atto tal, che dà spavento,
vedesi il Re del tenebroso mondo.
Seco ha l’orride Dee di Flegetonte,
cui fa pompa di serpi ombra a la fronte.

116.Ne l’ampio tetto un Ciel sereno è finto,
opra maggior non lavorò Ciclopo.
Appo tante e tai gemme, ond’è distinto,
povero è l’Indo, e scorno ha l’Ethiopo..
Tutto di smalto, in mezo è di giacinto,
dove in forma di Sol raggia un piropo.
Di crisoliti intorno, e di balassi,
splendon di stelle in vece alti compassi.

117.Veder si può d’ogni lumiera ardente
il fermo stato, e ’l peregrino errore.
V’ha quel co’ mostri suoi torto e serpente,
che tre cerchi contien, cerchio maggiore.
V’ha l’un e l’altro Tropico lucente,
che del lume e de l’ombra adeguan l’ore.
V’ha gli altri duo, che girano congiunti
co’ duo fissi de l’orbe estremi punti.

118.V’ha l’Equator, la cui gran linea eguale
tra le quattro compagne in mezo è posta,
di cui l’estreme due l’una a l’Australe,
l’altra al confin di Borea è troppo esposta.
Havvi degli alti Dei la via reale,
di spesse stelle e picciole composta,
lo cui candor, che ’l Ciel per mezo fende,
da’ Gemelli al Centauro il tratto stende.