Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/529

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171.Molte ve n’ha, ch’ancor rinchiuse e strette
non son tra’ sensi, e queste pur son tali,
a cantar qui per mia delizia elette
fin che ’n career terreno implichin l’ali. —
Adone il canto ad ascoltar si stette
di que’ felici Spiriti immortali,
che giá venian con voci in vece d armi
nel verde agone al paragon de’ carmi.

172.Fu benigno favor, grazia cortese
di lei, ch’è de’ suoi lumi unico Sole,
e miraeoi del Ciel, ch’Adone intese
di quel linguaggio i sensi e le parole,
e ben distinto ogni concetto apprese
espresso fuor de le canore gole.
Ne la scola d’Amor che non s’apprende,
se ’l parlar degli augelli anco s’intende?

173.Era tra questi augei l’ombra d’Orfeo,
che fe’ de’ versi suoi seguace il bosco.
Pindaro v’era, ed eravi Museo,
e Teocrito v’era, e v’era Mosco.
Eravi Anacreonte, eravi Alceo,
e Safo, alto splendor del secol fosco,
che non portò di quanti io qui ne scrivo
luce minore a l’idioma Argivo.

174.V’era lo stuol di que’ Latini primi
che ’n amoroso stil meglio cantaro.
Gallo, Orazio, Catullo, alme sublimi,
Tibullo, Accio, Properzio, e Tucca, e Varo,
ed Ovidio, di cui non è chi stimi
ch’altro Cigno d’Amor volasse al paro.
V’era la schiera poi de’ piú moderni
de l’Italica lingua onori eterni.