Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/99

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163.Né mai di Loto abominabil frutto
di secreta possanza ebbe cotanto,
né fu giá mai con tal virtú costrutto
di bevanda Circea magico incanto,
che non perdesse e non cedesse in tutto
al pasto del Pastor la forza e ’l vanto.
Licore insidioso, ésca fallace,
dolce velen, ch’uccide, e non dispiace.

164.Nel Giardin del Piacer le poma colse
Clizio amoroso, e quindi il vano espresse,
ond’ebro in seno il Giovinetto accolse
fiamme sottili, indi s’accese in esse.
Non però le conobbe, e non si dolse,
ché fin ch’uopo non fu, giacquer suppresse,
qual serpe ascosa in agghiacciata falda,
che non prende vigor, se non si scalda.

165.Sente un novo desir ch’ai cor gli scende,
e serpendo gli va per entro il petto.
Ama, né sa d’amar, né ben intende
quel suo dolce d’Amor non noto affetto.
Ben crede e vuole amar, ma non comprende
qual esser deggia poi l’amato oggetto;
e pria si sente incenerito il core,
che s’accorga il suo male essere Amore.

166.Amor, ch’alzò la vela e mosse i remi
quando pria tragittollo al bel paese,
va sotto l’ali fomentando i semi
de la fiamma, ch’ancor non è palese.
Fa su la mensa intanto addur gli estremi
de la vivanda il Contadin cortese.
Adon solve il digiuno, e i vasi liba,
e quei segue il parlar, mentr’ei si ciba.

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