Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/754

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499.E come il suo magnanimo pensiero
termine non avrá che lo capisca,
cosí confin che ’l chiuda, anco l’impero
non troverá, dov’ei di gire ardisca.
E non in questo sol noto Hemispero
fia che lo scettro suo si stabilisca,
ma dove ancor con affannata lena
giungono stanchi i miei corsieri a pena.

500.È ver, che ’n su ’l bel fior de l’etá fresca
contraria avrá sediziosa gente,
diversa assai da la bontá Erancesca,
disleale, ostinata, empia, insolente.
Vedi vedile in mano il foco e l’ésca
con cui semina intorno incendio ardente,
che nel sen de la patria appreso e sparso,
l’ha quasi il corpo incenerito ed arso.

501.Per in tutto estirpar l’Hidra ramosa,
che quanto piii moltiplica, piú nóce.
Tarmi giuste intraprende, e non riposa
l’infaticabil Giovane feroce.
Suda ed anela a la stagion nevosa
quando adusto da Borea il Verno coce.
Se ’n Ciel rugge il Leon, latra la Cagna,
ei sotto i raggi miei marcia in campagna.

502.Con le squadre piú fide e piú devote
movesi ad espugnar Tempia caterva,
che le leggi calpesta, il giogo scote,
e ricusa ubbidir soggetta e serva.
Vegghia, studia, travaglia il piú che potè
quella peste a scacciar fiera e proterva,
che de l’afflitta Gallia in modo orrendo
va per le chiuse viscere serpendo.