Pagina:Martinetti - Saggi e discorsi, 1926.djvu/176

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ciò non vi è più nè gioia nè dolore, ma solo una specie di serenità triste, non è quindi, secondo Ceretti, che la preparazione d’una condizione più alta di vita. Ogni spirito finito, anche lo spirito dell’umanità, è perituro: soltanto la Coscienza assoluta non muore. Ma questo non vuol dire che l’individuo debba perire interamente: vi è una parte della nostra coscienza che non perisce, quella per cui ci identifichiamo con la Coscienza assoluta. Nell’atto stesso che noi eleviamo l’anima verso la contemplazione, noi eleviamo verso l’eternità. Non sembra però, secondo Ceretti, che l’uomo, nelle sue condizioni attuali, possa pretendere ad un così alto destino: egli crede che l’uomo, come ogni creatura, non ritorni a Dio, deposto il suo oscuro involucro mortale, se non attraverso un lungo cammino, retto da una legge di retribuzione mistica, che nessuna mente umana può concepire. Vi sono quindi gradi di vita e di realtà, forme superiori di esistenza spirituale, che noi non possiamo nemmeno immaginare: nelle sue Massime e Dialoghi Ceretti introduce qualche volta come interlocutore e maestro uno di questi spiriti superiori, che egli chiama Lucifero; spirito che già era stato uomo ed è giunto a questo eccelso grado attraverso innumerevoli dolori e metamorfosi corporee e spirituali. Nel suo svolgersi dall’uno all’altro grado la coscienza abbandona progressivamente le determinazioni del grado, dal quale si svolge, ed assume quelle del sistema, verso il quale tende: l’abbandono, dice Ceretti, è una progressiva dissoggettivazione del sistema morente e l’acquisto una progressiva soggettivazione del sistema nascente. Così l’io individuale non perisce, ma si conserva in ciò che ha di essenziale anche attraverso la morte: sebbene esso consideri, ogni volta che rinasce, il suo mondo come il vero ed unico mondo. Così appunto crediamo anche noi qui, nascendo, d’essere nati per la prima volta, sebbene anche qui non facciamo che ritrovare in una nuova sfera determinazioni, stati e rapporti già vissuti ed ora trasferiti e come trasfigurati nella sfera dell’esistenza umana. Quale sarà questo stato finale, verso cui l’anima così sale attraverso innumerevoli esistenze ed innumerevoli dolori? Naturalmente Ceretti, come i mistici, non pretende poterlo dire: a noi esso non può apparire che come una specie di nirvana, di riposo e di benefico sonno, verso il quale aspirano tutte le creature viventi.