Pagina:Mastriani - La cieca di Sorrento 1.djvu/151

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— Che io sia maledetto! sciamava tra sè Gaetano scendendo da quella casa dove avea portato involontariamente il lutto e la desolazione; che io sia maledetto! La prima volta che ho voluto abbandonarmi ad un sentimento generoso, ho distrutto l’uomo che io volea beneficare!

E in quella notte Gaetano giurò che sarebbe stato, in tutta la sua vita, sordo ad ogni accento di umanità che levato si fosse nell’anima sua.

La sua ricchezza aumentava ogni dì vieppiù.

Un giorno ei, pensò che convenivagli di restituire, in una somma equivalente, il tesoro che suo padre avea rubato; e questo pensiero gli venne, non mica per iscrupolosità di coscienza, ma bensì affinchè il sonno della morte fosse stato men duro all’autor de’ suoi giorni, ed anche perchè, in fondo della sua anima, sentiva una certa vergogna di essersi posto a pari di un Tommaso Basileo. Venuto in questo proponimento, fermò mandarlo ad effetto con ogni precauzione per non dare alcun sospetto di sè; ma, per far ciò, gli era necessario recarsi in Napoli e dimandare allo stesso Basileo il nome della vittima loro, ovvero la famiglia erede. Oltracciò, non discaro gli sarebbe stato di far ritorno ricco di fama e di dovizie là dove tratto avea scuri e miseri giorni.

Da qualche mese aveva conosciuto il conte Roberto Franconi, napoletano, che trovavasi a Londra per diporto, e allorchè questi, ad istanza del marchese Rionero suo strettissimo amico, gli ebbe proposto il viaggio di Napoli, accettò