Pagina:Mastro-don Gesualdo (1890).djvu/396

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Sua moglie ebbe un bel piangere e disperarsi. Il padrone era lui! — Sentite, — gli disse Bianca colle mani giunte, — io ho poco da penare. Ma lasciatemi la mia figliuola, fino a quando avrò chiuso gli occhi.

— No! — rispose il marito. — Non ha neppure compassione di te quell’ingrata! Ci siamo ammazzati tutti per farne un’ingrata! Ha perso l’amore ai parenti.... lontana di casa sua!

Il tradimento glielo fecero lì, al Collegio: dell’altra gente beneficata da lui, la sorella di Gerbido che faceva la portinaia, Giacalone che veniva a portare i regali della zia Cirmena e faceva passare i bigliettini dalla ruota, Bomma che teneva conversazione aperta nella spezieria per far comodo a don Corrado La Gurna, il quale mettevasi subito a telegrafare, appena la ragazza saliva apposta sul campanile. Lo facevano per pochi baiocchi, per piacere, per niente, per inimicizia. Congiuravano tutti quanti contro di lui, per rubargli la figliuola e la roba, come se lui l’avesse rubata agli altri. Un bel giorno infine, mentre le monache erano salite in coro, che c’erano le quarant’ore, la ragazza si fece aprir la porta dai suoi complici, e spiccò il volo.

Fu il due febbraio, giorno di Maria Vergine. C’era un gran concorso di devoti quell’anno alla festa, perchè non pioveva dall’ottobre. Don Gesualdo era andato