Pagina:Meomartini - I monumenti e le opere d'arte della città di Benevento.djvu/392

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360 dei longobardi e del chiostro e chiesa di s. sofia

gina Teodolinda1, e favorita dalla libertà che le concedea la tutela, proseguì ardentemente nella propagazione della fede cattolica tra i suoi sudditi Longobardi, nella edificazione di altri Monasteri di donne, fra cui quelli di S. Maria in Locosano e di S. Maria in Castanieto. A cagione dei quali esempii, sul principio del secolo VIII i tre nobili beneventani Paldone, Tasone e Tatone fondarono il celebre Monastero di S. Vincenzo al Volturno2.

Gisulfo I, per quanto si sa, non fece cose memorabili sul riguardo, ma il figlio Romoaldo II, successogli nel 706, proseguì con zelo l’opera dell’ava, facendo molte donazioni ai Monasteri, in ispecie a quello di S. Sofia3, fondato dall’Abate Zaccaria presso Ponticello4, fuori Benevento. Ai suoi tempi furono pur restaurati e ampliati i Monasteri di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno.

Questo Romoaldo, come Arechi I, estese la influenza e il dominio del Ducato Beneventano, e gli conservò la indipendenza dal regno Longobardo, non ostante avesse sposata Guntberga, nipote del Re Liutprando. Egli si sentiva così indipendente da proclamarsi nei diplomi «Noi gloriosissimo Signore, sommo Duca della gente dei Longobardi»5. A questa indipendenza contribuì non poco l’affezione del popolo Beneventano, il quale non vedeva a sè vicino che la sola potestà del Duca, non mai quella del Re, ed era tenero di questo suo particolarismo6.

È naturale che con tanta possanza i Duchi Longobardi avessero avuto quì uno splendido palazzo ed una corte completa, degni di sovrani e rivaleggianti con quelli di Pavia. Il loro palazzo nei documenti beneventani è chiamato sacrum palatium, ed è certo sia stato situato su quel largo che oggidì chiamasi Piano di Corte7.

  1. De Vita, Alter Thesaurus etc. pag. 60.
  2. Hirsch, op. cit. pag. 61.
  3. Da non confondersi con l’altro memorabile di cui ci occuperemo tra poco.
  4. È quel Ponticello della via Egnazia, del quale ho parlato già a pag. 255.
  5. Hirsch, op. cit. pag. 76.
  6. Hirsch, op. cit. pag. 79.
  7. Corte chiamavasi in quei tempi il palazzo dei Duchi, dei Re, ecc; e quindi derivonne il nome che si conserva tutt’ora al largo ove si innalzò la sede dei Duchi e Principi Longobardi. In questo palazzo risiedettero di poi i