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122 ii - siroe

SCENA III

Cosroe senza guardie, e detti.

Cosroe.  Che fai, superbo?
Emira. (Oh dèi!)
Cosroe.  Contro un mio fido
stringi il brando, o fellon? Niega, se puoi:
or non v’è chi t’accusi. Il guardo mio
non s’ingannò. Di’ che mentisco anch’io.
Siroe. Tutto è vero; io son reo: tradisco il padre,
son nemico al germano, insulto Idaspe:
mi si deve la morte. Ingiusto sei
se la ritardi adesso.
Non curo uomini e dèi:
odio il giorno, odio tutti, odio me stesso.
Emira. (Difendetelo, o numi!)
Cosroe. Olá! costui s’arresti. (escono alcune guardie)
Emira.  Ei non volea
offendermi, o signor. Cieco di sdegno,
forse contro di sé volgea l’acciaro.
Cosroe. Invan cerchi un riparo
con pietosa menzogna al suo delitto.
Perché fuggir?
Emira.  La fuga
téma non era in me.
Siroe.  Taci una volta,
Idaspe, taci: il mio maggior nemico
è chi piú mi soccorre. Il mio tormento
termini col morir.
Cosroe.  Sarai contento.
Pochi istanti di vita
ti restano, infedel.
Emira.  Mio re, che dici?
Necessaria a’ tuoi giorni