Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/63

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atto terzo 57


corri a stringer la mano?
Va’ pure, affretta il piede,
ché al talamo reale ardon le tede.
Didone. Lo so, questo è il momento
delle vendette tue: sfoga il tuo sdegno,
or che ogni altro sostegno il ciel mi fura.
Iarba. Giá ti difende Enea: tu sei sicura.
Didone. Ebben, sarai contento.
Mi volesti infelice? Eccomi sola,
tradita, abbandonata,
senza Enea, senza amici e senza regno.
Debole mi volesti? Ecco Didone
ridotta alfine a lagrimar. Non basta?
Mi vuoi supplice ancor? Sì, de’ miei mali
chiedo a Iarba ristoro:
da Iarba per pietá la morte imploro.
Iarba. (Cedon gli sdegni miei.)
Selene. (Giusti numi, pietá!)
Osmida.  (Soccorso, o dèi!)
Iarba. E pur, Didone, e pure
sì barbaro non son qual tu mi credi.
Del tuo pianto ho pietá; meco ne vieni.
L’offese io ti perdono,
e mia sposa ti guido al letto e al trono.
Didone. Io sposa d’un tiranno,
d’un empio, d’un crudel, d’un traditore,
che non sa che sia fede,
non conosce dover, non cura onore?
S’io fossi cosí vile,
saria giusto il mio pianto.
No, la disgrazia mia non giunse a tanto.
Iarba. In sì misero stato insulti ancora?
Olá! miei fidi, andate:
s’accrescano le fiamme. In un momento
si distrugga Cartago, e non vi resti
orma d’abitator che la calpesti. (partono due guardie)