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XVII - ZENOBIA

Egle.

Zenobia.

aspirò, le richiese; il padre mio

lieto ne fu. Ma, perché seco a gara

le chiedea Radamisto, al mio fedele

impose il genitor ch’armi e guerrieri

pria dal reai germano

ad implorar volasse; e, reso forte

contro il rivale, all’imeneo bramato

tornasse poi. Parti; restai. Qual fosse

il nostro addio, di rammentarmi io tremo :

prevedeva il mio cor ch’era l’estremo.

Mentr’io senza riposo

affrettava co’ voti il suo ritorno,

sento dal padre un giorno

dirmi che a Radamisto

sposa mi vuol ; che a variar consiglio

lo sforza alta cagion; che, s’io ricuso,

la pace, il trono espongo,

la gloria, i giorni suoi. Suddita e figlia,

dimmi, che far dovea? Piansi, m’afflissi,

bramai morir; ma l’ubbidii. Né solo

la mia destra ubbidì: gli affetti ancora

a seguirla costrinsi. Armai d’onore

la mia virtù ; sacrificai costante

di consorte al dover quello d’amante.

Né mai più Tiridate rivedesti finora?

Ah, noi permetta il ciel ! Questo è il timore che affretta il partir mio. Non ch’io diffidi, Egle, di me: con la ragion quest’alma tutti, io lo sento, i moti suoi misura.

La vittoria è sicura.

ma il contrasto è crudel : né men del vero

l’apparenza d’un fallo

evitar noi dobbiam. La gloria nostra

è geloso cristallo, è debil canna,

ch’ogni aura inchina, ogni respiro appanna.