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| della lingua italiana | 9 |
ne è figlia. Ma questo è uno di que’ tanti traslati traditori, i quali ci fanno spesso perder di vista la realtà delle cose.
I concetti, infatti, di madre e di figlia implicano necessariamente l’esistenza di due individui separati e distinti; mentre in realtà una lingua derivata da un’altra, nel fondo è sempre più o meno la stessa lingua.
Il nostro Lanzi, nel secolo passato, disse giustamente che “ogni anno si fa un passo verso un nuovo linguaggio.„ E Guglielmo Humboldt, dopo di lui, disse che “la parola, piuttosto che un fatto, è un continuo farsi.„
Augusto Fuchs asserisce, e con ragione, che perfino “quelle parti in cui le lingue romanze sembrano essenzialmente diversificarsi dal latino, già si contenevano in esso, quantunque soltanto in germe.„[1] Per esempio, in Plauto si legge: unus servus violentissimus; in Cicerone: cum uno gladiatore nequissimo; e in Curzio Rufo: Alexander unum animal est: frasi che contengono il germe dell’articolo indeterminato, che è in tutte le nuove lingue, e che il latino, per regola generale, non aveva.
Ovidio, per dire che starà forte a cavallo, dice: insistam forti mente, invece di insistam fortiter. E un obstinata mente perfer s'incontra in Catullo, un jucunda mente respondit in Apuleio. Ecco qui dunque il germe de’ mille avverbi neolatini
- ↑ Die romanischen Sprachen in ihrem Verhältnisse zum Lateinischen (Le lingue romanze nel loro rapporto col latino); Halle, 1819; pag. 53.