Pagina:Morino - Ai militi concittadini.djvu/6

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Sacerdoti e de’ Principi, in atteggiamento più che mortale, scrivere con penna d’oro la formola del perdono. La scrive, e gli Angioli della pace spiccando dal Quirinale il volo, ne recano il lieto annunzio a tutti quanti i popoli della terra. A quest’annunzio si alza alle stelle un grido universale di gioia, l’inno della lode e del ringraziamento fiorisce sul labbro di ognuno, e dall’uno all’altro polo nella esuberanza del giubilo tutte le genti esclamano:

«Evviva l’augusto mitissimo Pio,
«Ha l’opre quai l’ebbe l’Agnello ch’è Dio,
«Ne infiora la terra, disserrane il ciel!

Quest’atto magnanimo del clementissimo Pio fu coronato da una pace, da un ordine, da un’armonia universale, onde non solamente Roma, ma il mondo tutto parve in istanti rinnovellarsi. Pel corso non brieve di un anno mai non si cessò dal rendergli con pubbliche solennissime feste, testimonianze di amor sincero, e d’indelebile riconoscenza. Se non che la società ebbe mai sempre nel suo gran corpo certe anime vili, vitupero eterno, eterna vergogna della stirpe umana. Elleno nella viltà superbe, nella superbia impazzate, nella demenza disperatamente furiose, ogni atto incomparabile sprezzano, mirano con invido sguardo la gloria degli uomini grandi; e la felicità de’ popoli è per loro una furia che le agita senza posa, è una face che le accende ad attentati esecrandi. E Roma, la nostra Roma nel più lieto de’ giorni, perchè nell’anniversario del sovrano perdono, esser doveva funestata dal più enorme delitto. Una catastrofe luttuosa sovrastava all’augusta reina del mondo in mezzo all’esultanza, al tripudio, al festeggiamento solenne di tanto cara memoria. Dio però vegliava dall’alto, e si rideva degli uomini tristi e nefandi. Eglino dall’orgo-