Pagina:Moro - Le lettere di Aldo Moro dalla prigionia alla storia, Mura, Roma 2013.djvu/36

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aprile1, operative e chiaramente connesse a precedenti attività riservate che in molti punti sono ben delineate, come gli accordi segreti relativi alla liberazione di militanti palestinesi in cambio dell’incolumità del territorio italiano da attentati. Nella lettera al presidente della Commissione giustizia della Camera dei deputati, Riccardo Misasi (n. 12), Moro esorta il destinatario a superare il livello degli appelli umanitari, a respingere il principio di «una gretta ragion di Stato» e a prendere «di petto i legalisti» facendo riferimento a pregresse esperienze politiche non precisate nella missiva ma «preziose per alcuni temi specifici che tu certo intuisci»; nelle altre il riferimento ai palestinesi è invece esplicito, anche se evidentemente ancora ermetico nei suoi contenuti, noti ai suoi interlocutori, alcuni dei quali, come Renato Dell’Andro (n. 8) ed Erminio Pennacchini (n. 13), ne furono diretti protagonisti. Molto forte questo richiamo è anche nella lettera a Flaminio Piccoli (n. 14), dove l’accento pragmatico si fa esecutiva esortazione con sottolineature che calcano i toni e dove i termini di ciò che in seguito fu noto come il «lodo Moro»2 sono manifesti: «Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente» (n. 14, f. 1r). Qui Moro non solo indicava l’esempio di un precedente secondo lui da seguire, ma sostanzialmente affermava che la trattativa sarebbe stata comunque la sua politica anche se non fosse stato lui il rapito, in quanto quella scelta era stata compiuta quando era ministro degli Esteri e «con somma delicatezza», come scrive a Pennacchini (n. 13, f. 1r).

Nell’insieme queste cinque lettere rappresentano un piano diplomatico, duttile e tattico, con il quale Moro si riferisce al Pci, tramite Ancora (n. 6), indicando la possibilità che la sua intransigenza non sconfini nella crisi di governo («Dicano, se credono, che la loro è una posizione dura e intransigente e poi la lascino lì come termine di riferimento»), posizione complementare a quella indicata ad Andreotti. Dà inoltre materia agli altri destinatari per giustificare e fondare la scelta della trattativa con precedenti segreti in lettere che neanche chiede siano riservate, e tuttavia allora non rese note: traccia di un doppio canale di comunicazione con l’esterno. Distingue le posizioni dei tre partiti principali per dare ossigeno alla mediazione all’interno del suo. Altro registro dunque rispetto alle lettere alla Dc e al suo segretario: Moro sembra in qualche modo mantenere un fragile confine tra dichiarazioni pubbliche e operatività riservata, quella che aveva

  1. A. Moro, Lettere dalla prigionia... cit., cfr. le note alle lettere nn. 49, 50, 58, 59, 60.
  2. Ibid., pp. 81 nota 6, 106 nota 10.