Pagina:Naufraghi in porto.djvu/228

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XV.

Appena si sparse la, voce del ritorno di Costantino, la catapecchia del pescatore si riempì di gente, e tutto il giorno fu un andirivieni di amici, di parenti, di persone che prima non avevano mai scambiato parola col disgraziato e ora venivano, lo abbracciavano, gli offrivano la loro casa. Le donne piangevano, lo chiamavano «figlio mio», lo guardavano con occhi pietosi.

Una vicina mandò pane e salsiccie.

Ebbene, tutte queste dimostrazioni di stima e di pietà irritavano il giovane. Diceva ad Isidoro:

— Perché hanno compassione di me? Cacciateli via: andiamo in campagna

— Andremo, andremo, figlio di Dio, abbi pazienza — rispondeva l’altro, curvo sul focolare a cuocer le salsiccie. — Ah, come sei diventato cattivo! Possibile?

Ecco, dopo quello scoppio di dolore, zio Isidoro non aveva più soggezione di Costantino, anzi cominciava a prendersi libertà, sgridandolo come un bambino. Nei pochi momenti in cui restavano soli, cominciava e ricominciava a narrare i fatti: Costantino ascoltava avidamente, e si seccava quando la gente veniva ad interrompere il racconto.

Venne anche il sindaco, che era ancora quel