Pagina:Neera - La sottana del Diavolo, Milano, Treves, 1912.djvu/258

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252 ipotenùsa, va!


zante fin dentro le finestre, l’Agata si decise ad alzarsi presto. Giusto allora che non c’era più bisogno di accendere la stufa. Il guaio però stava questa volta negli zoccoli dell’Agata che trotterellando innanzi e indietro turbavano il suo padrone in quell’ultima ora di sonno tanto benefica per un cervello affaticato.

— Agata, se volessi smettere gli zoccoli mi faresti una carità fiorita. Io me li sento penetrare alla mattina tra il sonno e la veglia come tanti chiodi nella testa.

— Che c’entro io se lei ha la testa debole? Devo forse andare a piedi nudi?

Egli non stette a rilevare la solita esagerazione della frase, pur deplorando che ognuna delle sue osservazioni fosse accolta con una scarica di artiglieria, e si accontentò di soggiungere con semplicità che vi sono altre forme di calzature oltre gli zoccoli. Naturalmente l’Agata saltando di palo in frasca arrancò subito una dozzina di scuse una più strampalata dell’altra, col razzo finale delle lagrime perchè «le si voleva negare a lei poveretta che era orfana e senza appoggi quel po’ di economia escogitata surrogando agli stivaletti costosi gli zoccoli a buon prezzo». Il colpo toccò il centro. Spiridione Tomei che