Pagina:Neera - La sottana del Diavolo, Milano, Treves, 1912.djvu/259

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252 ipotenùsa, va!


era di cuore tenero si rassegnò al tacchettio degli zoccoli pensando ad ogni protesta dei nervi: "È un soldo che quella poveretta risparmia per la sua vecchiaia".

Pochi giorni dopo era Pasqua ed egli aveva lasciata libera la sua domestica di andarsela a spassare a proprio agio. Credeva che fosse già uscita di casa quando, avendo bisogno di un po’ d’acqua per bagnare la gomma, andò lui stesso in cucina a prenderla e nell’attraversare un corridoio non troppo illuminato cozzò improvvisamente contro uno di quegli immensi cappelli femminili che egli aveva bensì incontrato in istrada ma la cui presenza in casa sua doveva colmarlo di stupore.

— Prego, signora.... scusi.... a che posso attribuire....

Egli strisciava contro il muro, rimpicciolendosi per far posto alla catapulta di nastri e di piume che aveva minacciato l’integrità della sua fronte, ma di sotto a quella macchina di guerra scoppiò un tale scompisciamento di risa sciocche, irriverenti, aggressive, che tutto il sangue gli si rivoltò nelle vene.

— Come! Sei tu? In maschera!

— Che maschera d’Egitto! — rispose l’Agata — : è anche diventato orbo?

— Ma quel cappello?