Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/147

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Un ideale. 137

Passò molto tempo prima ch’io vedessi Carolina; finalmente seppi che era stata gravemente ammalata; a questa notizia il mio cuore, indipendentemente dai puntigli, decise di andarla a trovare. Era a letto e dormiva. Le persiane chiuse, le tende accuratamente abbassate, gli usci difesi da paraventi, i guanciali del letto disposti con previdente accortezza, le tazze, le medicine schierate sul nitido tovagliolo; tutto l’aspetto di quella camera rivelava una cura intelligente e affettuosa. Filippo, il marito, seduto su una poltrona, calmo e paziente, approfittava del sonno della moglie per dare una occhiata alle ultime notizie del Sole.

Volli ritirarmi, ma egli mi vide, s’alzò, diede uno sguardo a Carolina, lisciò colla mano il guanciale che faceva alcune pieghe e movendo alla mia volta mi invitò tacitamente col gesto a precederlo nel gabinetto attiguo.

— E così fu una cosa seria? — domandai.

— Oh molto seria! ma tutto è passato; sì, non c’è più pericolo, tutto è passato! — così parlando il suo volto raggiava d’amore: — Ho vegliato dieci notti al suo capezzale; ne’ suoi lunghi deliri io solo le fui compagno; solo la mia mano la calmava nei trasporti della febbre. Non ho mai fatto l’infermiere, signora e le assicuro che non me ne sentivo punto la vocazione, eppure la cosa non mi è riuscita male! no.

Carolina fece un movimento nel suo letto, il marito