Pagina:Negri - Le solitarie,1917.djvu/45

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una serva 39


furia di ranno, pel gatto tigrato, per la finestrella della cucina, ove aveva posto a fiorire una povera cineraria in una cassetta di latta.

Quegli occhi esotici, ingenui e gai la rendevano quasi bella, malgrado la sgraziata persona, la minuscola treccia color di ruggine attorcigliata sul cucuzzolo senz’ombra di civetteria, il volto brutalmente martellato nel granito rossastro.

Passò il tempo, lento ed uguale. Anin era ormai una donna di trentacinque anni, nerboruta e pelosa come un facchini. Nella casa aveva assunto l’importanza, inavvertita ma assoluta, dell’aria che si respira, dell’acqua che si beve, del pavimento sul quale si cammina. Col suo modesto abito di rigatino azzurro, con le sue piatte scarpe di feltro che le attutivano il rumore del passo, ella era dappertutto, tutto faceva, a fattosi prestava: rimanendo pur sempre l’Anin che, la sera, si eclissava quieta quieta in un cantuccio della cucina a sferruzzar calze, a rammendar strofinacci e lenzuola.

A sposarsi non aveva mai pensato. Nessuno, del resto, aveva mai guardato Anin con turbamento o con intenzione, come si