Pagina:Notizie del bello, dell'antico, e del curioso della città di Napoli.djvu/179

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 181 —


I nobili vivono separati da popolari; e questi nobili sono di due classi, una di piazza, l’altra fuori piazza, e que-

    portanza d’un tempo, il che sembrò indizio di maggior grandezza futura. Questo Principe si ebbe da noi grandissima riverenza ed ossequio, talchè i Napolitani vollero innalzargli ad onore una celebrata statua composta con maraviglioso artifizio di picciole pietruzze di varii colori. La statua sorgeva in mezzo del Foro augustale, e fu segno di prossime calamità a’ Goti, quando si vide il capo di essa da sè cadere. Ma in estimazione non minore tenne Teodorico la nostra città, e non picciola pruova di considerazione dee riputarsi il parlar che fece a colui che manda va a capo delle cose nostre, annunciandogli che andrebbe in una contrada ornata di numerosissimo popolo, ed abbondante di ciò che la terra ed il mare produce a maggior diletto dell’uomo, nella quale pieno di maestà sarebbe il suo officio, alto e gemmato il tribunale, composte le schiere di valorosi soldati, e floridissimo il commercio ch’egli avrebbe a proteggere. Cassiodoro serbò le parole, onde l’illustre Principe toccava con amore delle prerogative della città di Napoli in quelle lettere che mandava a’ nuovi comiti, preposti al reggimento delle contrade soggette al suo grande imperio; i quali magistrati dettero nome alle speciali comitive tra cui della napolitana si fa più lunga parola.
       Durò sessantaquattro anni il dominio de’ Goti sino a Teja ultimo Re. Quando Belisario venne a combatterli, Napoli non fu risparmiata del furore de’ Greci, quantunque saldissime avesse le mura, e numerosi e gagliardi i difensori. Procopio, segretario del capitano bizantino, narra che il duce già sfidavasi del lungo e difficile assedio, sì che avrebbesi voluto tor giù dell’impresa, allorchè la sorte gli offrì insolita via di menarla a fine, quanto più lieta per lui, altrettanto più dolorosa per la città. Era a quei tempi una vena d’acqua che da Serino (terra presso che trentacinque miglia lontana da noi in quel di Salerno) per lungo e tortuoso acquidotto sboccava a settentrione in una forma, detta castello dagli antichi, la quale era grande ed alta a misura di torre ed a fabbrica reticolata: da questi ricettacoli l’acqua distribuivasi nelle vie interne della città in accomodati cannelli, detti allor cantari alla maniera de’ Greci. Sperò Belisario di co-