Pagina:Novelle cinesi tolte dal Lung-Tu-Kung-Ngan.djvu/31

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gli amici udendo quelle parole, molto temevano per la sorte del malato, e irresoluti per qualche momento, si stringevano nelle spalle e partivano.

Infatti la malattia di Ko-ciung s’aggravò tanto, che la povera moglie, ridotta alla disperazione, mandò a chiamare il cognato. Questi come fu venuto a lei, non potendo frenare lo sdegno, le disse: Quando, pochi giorni or sono io vi consigliava di trasportar mio fratello nella biblioteca, perchè ivi, nella quiete del luogo, fosse curata con maggiore efficacia la malattia, voi non voleste porgermi ascolto. Ora che posso io fare? A che pro chiamarmi?

A così dure parole la donna si stette muta di mortificazione e di angoscia. Intanto Ko-sin s’avvicinò al letto del moribondo; e questi vistosi al lato il fratello, con gli occhi lacrimosi incominciò: Amico, il mio caso è disperato, e fra poco non sarò più. Se ami lo studio, se vuoi gli onori letterari, non dimenticare le istruzioni che sempre ti ho date. Tua cognata nel fiore degli anni rimane vedova; nel vigore della gioventù dovrà condurre vita casta e pura; trattala con benevolenza, abbi per lei ogni riguardo. — Finite queste parole spirò, e Ko-sin in preda a tal dolore che non soffriva consolazione, prese il più stretto bruno; e senza omettere la menoma cerimonia dei riti funebri, seppellì il cadavere dell’amat0 fratello.

Dall’infausto avvenimento ognuno faceva a gara, co’ suoi servigi, per rendere men dura la sorte della vedova; ed ella, divenuta l’oggetto del più alto rispetto, non aveva persona che osasse farle il menomo affronto o trattarla inurbanamente. I giovani e i vecchi dell’intiera famiglia commiseravano l’immatura morte del buon Ko-ciung; ed ogni sette giorni, per celebrargli un ufficio, pregavano da ogni parte bonzi e taosse che volessero fare un po’ di bene all’anima del defunto.

Al colmo dell’amarezza, la vedova Sciu-ceng si lamentava, gemeva; e il sangue del suo pianto le inondava continuamente le gote. Non v’era modo di indurla a cibarsi, ad accostare alle labbra una goccia d’acqua, una tazza di brodo: in quindici giorni era divenuta talmente estenuata e macilenta, da far temere