Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/362

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libro duodecimo 347

La naturale avidità pungente,
Risovveniansi di color, che Scilla395
Dalla misera nave alto rapiti
Vorossi, e li piangean, finchè discese
Su gli occhi lagrimosi il dolce sonno.
     Già corsi avea del suo cammin due terzi
La notte, e dechinavano le stelle,400
Quando il cinto di nembi Olimpio Giove
Destò un gagliardo, turbinoso vento,
Che la terra coverse, e il mar di nubi,
E la notte di cielo a piombo cadde.
Ma come poi l’oricrinita Aurora405
Colorò il ciel con le rosate dita,
Tirammo a terra il legno, e in cavo speco
De’ seggi ornato delle Ninfe, ch’ivi
I lor balli tessean, l’introducemmo.
Subito io tutti mi raccolsi intorno,410
E, Compagni, diss’io, cibo e bevanda
Restanci ancor nella veloce nave.
Se non vogliam perir, lungi, vedete
La man dal gregge, e dall’armento; al Sole,
Terribil dio, che tutto vede, ed ode,415
Pascono i monton pingui, e i bianchi tori.
Dissi; e acchetârsi i generosi petti.
     Per un intero mese Austro giammai