Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/363

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
348 odissea

Di spirar non restava, e poscia fiato
Non sorgea mai, che di Levante, o d’Austro.420
Finchè il pan non fallì loro, ed il vino,
Ubbidïenti, e della vita avari,
Rispettavan l’armento. E già la nave
Nulla contenea più. Gìvano adunque,
Come il bisogno li pungea, dispersi425
Per l’isola, d’augelli, e pesci in traccia,
Con archi, ed ami, o di quale altra preda
Lor venisse alle man: però che forte
Rodeali dentro l’importuna fame.
Io, dai compagni scevro, una remota430
Cercai del piede solitaria piaggia,
Gli Eterni a supplicar, se alcun la via
Mi dimostrasse del ritorno; e in parte
Giunto, che d’aura non sentiasi colpo,
Sparsi di limpid’onda, e a tutti alzai435
Gli abitanti del cielo ambo le palme.
Nè guari andò, che d’un tranquillo sonno
Gli occhi, ed il petto riempiêrmi i Numi.
     Euriloco frattanto un mal consiglio
Pose innanzi ai compagni: O da sì acerbe440
Sciagure oppressi, la mia voce udite.
Tutte odïose certo ad uom le morti:
Ma nulla tanto, che il perir di fame.