Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/658

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libro vigesimoterzo 277

Della piaga, che in lui di guerreggiato
Cinghial feroce il bianco dente impresse.95
Quella, i piedi lavandogli, io conobbi,
E volea palesartela: ma egli,
Con le mani afferrandomi alla bocca,
D’accortezza maestro, il mi vietava.
Seguimi, io dico. Ecco me stessa io metto100
Nelle tue forze: s’io t’avrò delusa,
La morte più crudel fammi morire.
     E di nuovo Penelope: Nutrice,
Chi le vie degli Dei conoscer puote?
Nè tu col guardo a penetrarle basti.105
Ogni modo a Telemaco si vada,
E la morte de’ Proci, e il nostro io vegga
Liberatore, un uomo ei siasi, o un Nume.
     Detto così, dalla superna stanza
Scese con mente in due pensier divisa:110
Se di lontano a interrogar l’amato
Consorte avesse, o ad appressarlo in vece,
E nelle man baciarlo, e nella testa.
Varcata, entrando, la marmorea soglia,
Da quella parte, contra lui s’assise,115
Dinanzi al foco, che su lei raggiava;
Ed ei, poggiato a una colonna lunga,
Sedea con gli occhi a terra, e le parole