Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/660

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libro vigesimoterzo 279

     Sorrise il saggio, e pazïente Ulisse,
E converso a Telemaco, La madre145
Lascia, diceagli, a suo piacer tentarmi:
Svanirà, figlio, ogni suo dubbio in breve.
Perchè in vesti mi vede umili e abbiette,
Spregiami, e penetrar non san per queste
Sino ad Ulisse i timidi suoi sguardi.150
Noi quel partito consultiamo intanto,
Che abbracciar sarà meglio. Uom, che di vita
Spogliò un uom solo, e oscuro, e di cui pochi
Sono i vendicator, pur fugge, e il dolce
Nido abbandona, ed i congiunti cari.155
Or noi della città tolto il sostegno,
E il fior dell’Itacese gioventude
Mietuto abbiamo. Qual è il tuo consiglio?
     E il prudente Telemaco, A te spetta,
Diletto padre, il consigliar, rispose:160
A te, con cui non v’ha chi d’accortezza
Contendere osi. Io seguirotti pronto
In ogni tuo disegno, e men, cred’io,
Le forze mi verran pria, che il coraggio.
     Questo a me sembra, ripigliava Ulisse.165
Bagnatevi, abbigliatevi, e novelle
Prenda ogni donna, e più leggiadre vesti.
Poi con l’arguta cetera il divino