Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/165

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buttò fuori due o tre boccatine di fumo. Tornò a guardare la ragazza. Costei, dritta sulla punta dei piedi, faceva con la mano e con le braccia dei segnali semaforici a qualcuno in piazza. — C’è? — Chi? — Lui, quello solito. O un altro. — Sì, c’è. Grazie, – e con le dita delle due mani alte e spalancate segnava a quello giù il numero sette. — Stasera alle sette. Se non ha capito ancóra, non capisce più. Bisognerà che lei, signorina, si faccia mettere in una stanza con la finestra sulla piazza, senza doversi incomodare a trovare sempre una scusa per venire qui alla finestra mia. — Non è un incomodo, – e se ne andò indifferente, accomodandosi le forcelle nei capelli. — E questa è ancóra una brava ragazza. Almeno è sincera. Mi accingevo a salutare il capufficio, convinto che il più smunto mozzicone di sigaro gli importava più della conoscenza dell’animo mio (e non gli davo torto), quando la porta sul corridojo s’aprì e apparve un giovanotto bruno e adusto, vestito di marrone, col cappello in testa e una cravatta di seta turchina avvolta intorno al collo, al posto del volgare colletto. — Cavaliere, noi s’aspetta da un’ora. — Passi, onorevole, passi. — Che onorevole! Non si viene per scherzare, – ed entrò seguito da quattro compagni. —