Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/289

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pensare. — Pensaci con comodo. Abbiamo otto giorni di tempo. E uscì a dare un’occhiata alla macchina prima di rimetterla in moto. Il deputato annotava su carta della Camera quel che gli avevo narrato per la sua inchiesta. Prima di partire, mi chiese due bottiglie del mio trebbiano più vecchio, contro la polvere della strada. Gliele detti di cuore. Partirono. Restai solo. Margherita mi chiese sottovoce: — Stasera torna a casa? Se resta su, si va a fare con Matteo un giro nell’oliveto del sindaco. E restai a dormire a Poreta. La mattina di buon’ora ripartii per la città. Ero lieto e leggero, la testa, si sa, un po’ vuota. Quando giunsi sul ponte del mulino, trovai il padre di Tocci fermo accanto alla sua automobile. — Ha bisogno di niente, ingegnere? — Avrei bisogno d’un’automobile nuova, caro dottore. — Posso dargliela, – risposi così per ridere: – Si compri una Smac. Mio figlio è il rappresentante delle Smac per l’Italia centrale. — Me n’hanno detto un gran bene. Ma suo figlio, scusi, ha lasciato le Ferrovie? — Da molti mesi, per fortuna. Era nell’organizzazione. — Ah, capisco. E adesso? — Adesso lascia anche l’organizzazione. E si dà alle automobili. —