Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/290

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Fa benissimo. Così facesse il mio. — Lasci l’automobile al meccanico. E salga sul mio carrettino. L’accompagno io fino ai Concimi: c’è un chilometro. Saltò su e si spiegò. Suo figlio, sì, un caro ragazzo, e leale e di fegato, e pronto a sacrificarsi per tutti, che anche il matrimonio con quella nobiluccia spiantata era stato, in fondo, un sacrificio; e gli augurava di non avere ad accorgersene cogli anni. Ma quel che più lo angosciava, lui, capo d’un’officina con cinquecento operai, erano le idee di suo figlio. Sì, fascista, fiero fascista, e uomo d’ordine; ma non s’era messo a parlare agli operai, di repubblica, di cooperative e d’altre favole all’infinito? — La repubblica, la repubblica; per andare poi a chiedere a Vittorio Emanuele di Savoja d’essere tanto cortese di venire a presiederla, che un presidente più corretto, onesto e discreto di lui non s’accorgono che non esiste al mondo? Le cooperative, le cooperative.... Per consumare, ottime, d’accordo: ma per produrre, salvo la santa gloria di Luigi Luzzatti, mi sa dire lei che altro hanno mai saputo produrre di tangibile, d’utile, di pratico, al prezzo a cui lo produciamo noi? E anche nel consumo, più di tutto hanno consumato scalini e sedie di ministeri: e quando sono consunti, si rifanno anche quelli, a spese di noi borghesi. Io so che, se continua così, dovrò pregare mio figlio di non mettere più piede in fabbrica. L’altro giorno voleva convincere me, proprio me, a regalare ogni anno un’azione della Società a ciascuno dei miei cinquecento operai: