Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/124

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CANTO IV 61


sopra le mani. Poscia distese una tavola liscia,
e recò pani, sul desco li pose la degna ministra,
e molti cibi, offrendo di quanto ella aveva, vi aggiunse.
Poscia i taglieri con ogni maniera di carni lo scalco
prese, e dinanzi ad essi li pose, con calici d’oro.
Poi Menelao chioma bionda rivolse ai garzoni un saluto:
«Ora mangiate, e buon prò vi facciano i cibi; e di poi,
quando mangiato avremo, vi domanderemo chi siete.
Ché certo in voi perduta l’effigie non è de la stirpe;
di regi usi allo scettro, nutriti dal Dio, siete stirpe:
certo; ché figli tali non hanno le genti dappoco».
     Disse: ed il pingue lombo levando d’un bove arrostito
postogli innanzi, a loro di propria mano l’offerse.
Alle vivande imbandite le mani distesero quelli.
E poi ch’ebber sedata la brama del cibo e del vino,
queste parole di Nestore al figlio Telemaco disse,
presso tenendogli il viso, perché non udissero gli altri:
«Figlio di Nestore, guarda, diletto dell’anima mia,
come per tutta la sala sonora sfolgora il bronzo,
come rifulge l’oro, l’argento, l’elettro, l’avorio!
Forse di Giove Olimpio cosí dovrà esser la corte.
Che meraviglie, e quante! Contemplo, e non fo che stupire!»
     Mentre cosí diceva, l’udí Menelao chioma bionda,
e, rivolgendosi ad essi, parlò queste alate parole:
«Niun dei mortali può con Giove contendere, o figli,
ché i suoi palazzi, le sue ricchezze non hanno mai fine.
Quanto ai mortali, può darsi che alcuno con me di ricchezze
contenda; o forse no: ché dopo i travagli e l’errore
lungo, d’otto anni, molte con me ne recai su le navi.
A Cipro errando giunsi, nel suol dei Fenici, in Egitto,