Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/136

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

CANTO IV 73

tenetelo, per quanto s’infuri, si slanci a fuggire:
ché lo vedrete mutare parvenza, ed assumerne quante
sian su la terra: e in acqua cangiarsi ed in rutilo fuoco.’
Ma voi non lo lasciate, serratelo sempre piú stretto.
Solo quando egli stesso vi parli e vi volga domande,
tale in sembianze, quale giacer lo vedeste sopito,
allor puoi dalla forza desistere e sciogliere il vecchio,
e dimandargli quale dei Numi su te s’accanisce,
e come in patria potrai tornare sul mare pescoso».
     Detto cosi, fra i gorghi del mare ondeggiante s’immerse.
Ed io mossi alle spiagge, dov’eran le navi adunate,
e molto il cuore, mentre movevo cosi, m’estuava.
Ora. poiché del mare fui giunto alla spiaggia e alle navi,
apparecchiammo la cena. Qui scese la rorida notte,
e ci ponemmo a giacere vicino ai frangenti del mare.
Come l’Aurora spuntò mattiniera, ch’à dita di rose,
lungo le dune mossi del mare infinito, levai
fervide preci ai Numi: con me tre compagni recavo
in cui piú confidavo, per compier qualsiasi impresa.
     Ecco, e la Diva Idotèa nei gorghi del mare profondi
s’immerse; e fuor dal mare portò quattro pelli di foca,
tutte scoiate di fresco, tramando a suo padre un inganno.
Poi, nella sabbia del lido, scovati giacigli, vi stette
ad aspettarci. Noi giungemmo li presso; ed in fila
ella ci pose a giacere, gittò su ciascuno una pelle.
E in quell’agguato avremmo trovata la morte; ché troppo
ci torturava, funesto, l’odor delle foche marine:
chi mai dormir potrebbe vicino ad un mostro del mare?
Ma ci salvò, trovò la Diva efficace riparo.