Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/138

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

CANTO IV 75

Perché non è destino che vegga gli amici, e ritorni
alla tua casa bella, né al suoi che ti diede la luce,
se prima tu non torni su Tacque d’Egitto, del fiume piovuto giú dal cielo, se quivi non offri ecatombi
agli immortali Numi che reggono il cielo infinito.
     E allora impetrerai dai Numi il ritorno che brami».
Questo mi disse; ed io sentii che il cuor mio si spezzava,
ché m’ingiungeva di nuovo sovresso l’aereo ponto
battere verso l’Egitto la lunga terribile via.
Pur nondimeno, risposi con queste parole, e gli dissi:
«O vecchio, tutto ciò farò come tu mi comandi.
Ma questo dimmi adesso, rispondimi senza menzogna.
Senza sciagura tutti son giunti per mare gli Achei,
quanti Nestore ed io ne lasciammo, salpando da Troia,
o su la nave spento fu alcuno da morte crudele,
o tra le man’degli amici, poi ch’ebbe tessuta la guerra?».
     Cosí gli dissi; ed egli rispose con queste parole:
«Perché mi chiedi questo, figliuolo d’Atrèo? Non conviene
che tu sappia ed esplori quant’ho nella mente; e ti dico
che quando tutto saprai, non potrai rimaner senza pianto.
Furono molti abbattuti, molti altri rimasero in vita.
Dei condottieri argivi, due soli durante il ritorno
furono spenti — di quelli andati in battaglia, ben sai;
ed uno è vivo ancora, perduto nel pelago immenso.
Aiace fra le navi dagli agili remi fu spento.
Prima lo spinse Nettuno vicino alle rupi girèe,
immani, e lo salvò dal mare. Ed avrebbe sfuggita
forse la morte, per quanto seguito dall’ira d’Atèna,
se non lanciava, acciecato, parole di troppo arroganti.
Disse ch’egli sarebbe sfuggito al gran gorgo del mare,