Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/161

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98 ODISSEA

qui rimarresti con me, diverresti immortale, e tua casa
questa caverna’ sarebbe, per quanto vedere tu brami
la sposa tua, che sempre la cerchi di notte e di giorno:
ch’io mi lusingo non esser da meno di lei, né di viso
né di persona: possibil non è che una donna mortale
con le immortali Dee rivaleggi di forme e d’aspetto».
     E l’accortissimo Ulisse rispose con tali parole:
«Dea veneranda, adirarti cosí contro me non ti piaccia:
so bene anch’io tutto quello che dici, di quanto la cede
di fronte a te, di statura, di forme, Penelope scaltra:
ch’ella è mortale, ed immune tu sei da vecchiezza e da morte.
Ma, pure essendo cosi, notte e giorno io desidero e bramo
tornare alla mia casa, vedere quel di ch’io ritorni.
Ché se qualcun degli Dei mi colpisce sugli ebbri marosi,
saldo il mio petto sarà, poi che l’anima è avvezza ai cordogli.
Molto ho patito già: tra le zuffe e tra i vortici, molto
ho sopportato già: venga pure il novello travaglio».
     Disse. Ed il sole s’immerse nel mare, e la tenebra scese.
E nei recessi del concavo speco il mortale e la Diva
si ritirarono, e presso l’un l’altro, gioiron d’amore.
Come l’Aurora appari, mattiniera, ch’à dita di rose,
subito Ulisse divino si cinse la clamide e il manto.
E grazioso un peplo, che come l’argento fulgeva,
cinse la Ninfa; e a Tanche d’attorno si strinse una zona
bella, a fiorami d’oro: d’un velo coperse le chiome;
quindi al ritorno d’Ulisse, magnanimo cuore, provvide.
Prima una scure di bronzo, manevole, grande, a due tagli,
con il bei manico infisso di solido ulivo, gli diede;
quindi gli porse un’ascia di filo sottile; e l’addusse
verso l’estremo confine dell’isola, ove alberi grandi.