Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/162

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CANTO V 99

pioppi ed ontani, crescevano: al cielo giungeva l’abete:
aridi tutti, ben secchi, da correre lievi a fior d’acqua.
Or, poi che gli ebbe mostrato la selva degli alberi grandi,
alla sua grotta tornò la divina regina Calipso.
Egli a tagliare i tronchi si mise, e fu l’opera breve.
Ne abbatté venti fra tutti, poi li digrossò con la scure,
poi li squadrò con cura, stendendovi sopra lo spago.
Portò Calipso intanto, divina signora, i trivelli.
E Ulisse tutti i travi forò, li connesse l’un l’altro,
poi li saldò con incastri, con fitte compagi di chiodi.
Come vediam calafati maestri dell’arte, la chiglia
arrotondar d’una nave da carico, grande: in tal modo
s’affaccendava Ulisse d’attorno alla zattera grande.
I madieri piantò, li congiunse di fitti ginocchi,
poi con imboni grandi compie’ tutto attorno il fasciame:
conficcò l’albero in mezzo, su l’albero stese l’antenna,
poi costrui, per poterla guidare su i flutti, il timone,
poi con fascine di giunchi via via l’assiepò tutto in giro,
che la schermisser dai vortici; e molta zavorra vi mise.
Ecco, e gli porse la tela Calipso, la diva regina,
per costruire le vele, che furono anch’esse compiute,
e v’adattò le mantiglie, con l’orza e la poggia e la scotta.
E sovra curri infine la spinse nel mare divino.
Quattro giornate trascorsero, e fu terminato il lavoro.
Il quinto giorno, lavacri con vesti fragranti ad Ulisse
apparecchiò la divina Calipso, e gli diede il congedo;
e nella zattera un otre di vino purpureo pose,
e un altro, colmo d’acqua, piú grande; e in un sacco di pelle
chiuse vivande in gran copia, bastanti a placare la fame.