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132 ODISSEA

altro disegno allora rivolgono in mente i Celesti.
Però che sino ad ora solevano i Numi apparirci
palesemente, quando le insigni ecatombe offrivamo,
e a mensa dove noi sedevamo, sedevano anch’essi.
E pur se viandante che vada soletto, l’incontra,
non si nascondono quando sian giunti ad esso vicini,
come i Ciclopi, come le fiere tribú dei Giganti».
     E gli rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Altro pensiero, Alcinoo, tu devi formare. Io non sono
simile punto ai Numi, del cielo immortali Signori,
né di statura, né d’aspetto; ma pari ai mortali:
a quelli dei mortali che voi conosciate piú oppressi
dalle sciagure, a quelli, per ciò ch’io patii, sono pari.
E molte ancora piú sciagure potrei raccontarvi,
se vi narrassi ciò ch’io patii per volere dei Numi.
Ma or, per quanto cruccio mi stringa, lasciate ch’io ceni:
ché non esiste nulla del ventre piú rabido: è un cane,
che di necessità fa sí che di lui ti ricordi,
anche se molto afflitto sei tu, se dolore t’affanna,
come ora avviene a me: ché il dolore m’affligge: ed il ventre
mi sprona senza tregua ch’io mangi, ch’io beva; e di tutto
ciò ch’io soffersi, mi fa dimentico, e vuol ch’io m’impinzi.
E voi, come l’aurora nel ciel brillerà, procurate
che io, misero me, possa infine tornare alla patria,
dopo si lunghi travagli. Quando abbia veduti i miei beni,
i servi miei, l’eccelsa mia casa, oh, ben venga la morte!».
     Cosí diceva. E tutti gli diedero lode. E partito
preser di dargli la scorta: ché bene egli aveva parlato.
E poi ch’ebber libato, bevuto quanto ebbero brama,
i convitati a dormire tornarono ognuno alla casa.