Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/196

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CANTO VII 133

Dentro alla sala invece rimase Ulisse divino
e Alcinoo pari ai Numi rimase ivi pure, ed Arete.
Or dopo che i famigli le mense sgombrar dagli arnesi,
volse il discorso Arete dal candido braccio ad Ulisse,
però ch’essa le vesti conobbe, e la tunica, e il manto
bello, che avea con le ancelle di casa ella stessa intessuto.
E a lui dunque si volse col volo di queste parole:
«Questa domanda io prima rivolger ti voglio, straniero:
Chi sei? di quali genti? chi mai ti donò quella veste?
Non dici tu che sei qui naufrago giunto per mare?»
     E le rispose cosí l’accorto pensiero d‘Ulisse:
«Regina, è dura cosa, se tutto narrare io ti debbo,
perché troppe sventure m’inflissero i Numi d’Olimpo.
Pur, quello ti dirò che tu mi domandi e che brami.
Sorge un’isola Ogigia nei gorghi remoti del mare.
Quivi la figlia d’Atlante, Calipso dai riccioli belli
abita. Diva possente, maestra d’inganni; né alcuno
con lei d’amor si mesce, né Nume, né uomo mortale.
Ma io, misero me, fui spinto da un dèmone a lei:
solo, poiché la veloce mia nave col folgore ardente
ebbe spezzato Giove in mezzo al purpureo ponto.
Qui gli altri miei compagni trovarono tutti la morte.
Io della nave alla chiglia mi strinsi con ambe le braccia,
e fui per nove di trascinato. Nel decimo, a notte,
gli Dei nell’isola Ogigia mi spinsero, dove Calipso
abita, Diva possente dai riccioli belli. M’accolse
ella con tutto il cuore, mi die’ da nutrirmi, e promise
ch’ella m’avrebbe reso immune da morte e vecchiaia.
Ma non pote’ giammai convincermi il cuore nel seno.
Quivi sette anni rimasi continui, di pianto bagnando