Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/197

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
134 ODISSEA

sempre le vesti ambrosie che date m’aveva Calipso.
Ma quando giunse poi, volgendosi i dí, l’anno ottavo,
allora m’esortò, conforto mi die’ ch’io partissi,
ché lo Voleva Giove — se pur non mutò la sua mente.
Sopra una zattera stretta da molte ritorte mi pose,
pane mi die’, vino pretto, mi cinse di vesti divine,
e un’aura dietro me spedi favorevole e mite.
Per dieci giorni e sette cosí navigai sopra Tonde.
Al diciottesimo apparvero i monti velati d’ombria
di questa vostra terra; e il cuore mi rise di gioia.
Misero me! Ché dovevo trovarmi fra molti travagli
che inflisse a me Posidone, il Nume che scuote la terra,
che mi sbarrò la via con l’urto di vènti contrari,
e suscitò marosi terribili; e flutti su flutti
non consentivano a me di restar su la zattera. In lagni
alti io rompevo. Infine la franse un gran cozzo di venti;
e allora io fendei questa voragine a nuoto. Alla fine
i venti e le correnti mi spinsero all’isola vostra,
dove m’avrebbe un grande maroso spezzato alla terra,
sbattendomi alle immani scogliere e all’inospite costa;
ma io, trattomi indietro, di nuovo nuotai, sin ch’io giunsi
al fiume, ove mi parve che fosse migliore l’approdo,
privo di scogli, e alture sorgevano a schermo dei venti.
Qui caddi, e presi fiato; e scese la notte divina.
Fattomi quindi lungi dal fiume caduto dal cielo,
dentro un macchione a dormire mi posi; e un gran mucchio
di foglie
mi feci attorno; e un Dio m’infuse infinito sopore.
Qui, nel fogliame dormii, per quanto crucciato nel cuore,
tutta la notte, e l’alba, e mezzo del giorno seguente.