Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/60

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PREFAZIONE LXI

formidabili, e le lunghe battaglie, e i colpi terribili, e il fasto delle corti, e il fàscino delle bellissime donne. E i giovani ascoltano con occhi ardenti, le donne chinano il capo. La figlia giovinetta del re, quasi fanciulla, non distoglie un istante gli occhi dal cantor prodigioso.

E dopo una settimana di venti contrarî, ecco, sul far della sera, levarsi la brezza di terra. Partire, di nuovo partire! Di nuovo errare su l’onde! Il poeta saluta gli ospiti, il buon monarca, la semplice regina. E vede, egli che ha già i capelli segnati da qualche Ilio bianco, brillare una lagrima nei puri occhi della reginetta. Addio, Nausica, addio! Altra è la legge della mia vita!

E si riprende la corsa pei mari noti e per gl’ignoti, in cerca della fortuna, e, forse, della morte.

E la fantasmagoria continua. Dinanzi agli occhi del poeta passano scene e scene meravigliose. Nuovi mari senza confine, bonacce interminabili, burrasche sterminatrici, scogliere immani, e ai loro fianchi, orride caverne, dalle quali sbucano spesso fauci d’orridi mostri.

Ma talvolta, ridendo sul mare una bianca bonaccia, la barca poteva entrare in un’alta grotta mirabile. E una fantastica irradiazione azzurra avvolgeva tutto, rendeva tutte le cose pervie ed imbevute e raggianti esse stesse di luce soprannaturale. E sulle pareti emergenti, e sulle sommerse, e sul fondo, un mobile corruscare di piropi, di smeraldi, di zaffiri, di crisòliti, componeva e scomponeva senza tregua le trame incandescenti d’una sinfonia luminosa. Questa era la casa d’una fata, la reggia d’una Dea!

Ma d’un tratto tutte le luci e lutti i colori si spengevano. La caverna era buia. La mano protesa ad afferrare