Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/85

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22 ODISSEA

entro la cava spelonca, di lui fece l’ultima cena.
Tre altri figli aveva. L’un d’essi, Eurínomo, vita
facea coi Proci: ai beni paterni attendeano altri due;
ma non per questo s’era scordato d’Antifo: soffriva
per lui, gemeva; e cosí cominciò, lagrimando, a parlare:
«Datemi ascolto, udite ciò ch’io voglio dirvi, o Itacesi:
mai né assemblea né consiglio finora fra noi non si tenne,
da quando Ulisse, stirpe di Numi, partí su le navi.
Chi ci cònvoca adesso? Necessità chi mai n’ebbe,
sia dei giovani, sia di quanti siam d’anni già gravi?
Udí novella forse di schiera che qui s’avvicini,
e, come prima l’udí, vuol darcene chiara novella?
O proporrà, parlerà d’altra cosa che al popolo giovi?
Sia benedetto! Ché uomo dabbene mi sembra. Recare
voglia a buon esito Giove, ciò ch’egli vagheggia nel cuore».
Disse. Ed il figlio d’Ulisse godè per l’augurio; e seduto
piú non restò: ché lo empieva desio di parlare al convegno.
Stette nel mezzo; e a lui, Pisènore araldo, maestro
d’accorgimenti scaltri, nel pugno poneva lo scettro.
E prima al vecchio Egizio rivolto, Telemaco disse:
«Lungi non è quell’uomo, buon vecchio, e ben presto il saprai.
Io convocai l’assemblea. Gran doglia colpisce il mio cuore.
Non già novella udii di schiera che qui s’avvicini,
né vengo a voi, per darvene primo la certa novella.
Né proporrò, parlerò d’altra cosa che al popolo giovi;
ma delle due sciagure piombate su me, nel mio tetto.
Perduto ho il padre mio valoroso, che un giorno fra voi
resse lo scettro, ed era benigno per voi come un padre.
Assai maggiore è l’altra, che presto l’intera mia casa
percoterà, tutte quante distrutte m’avrà le sostanze.