Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/86

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CANTO II 23

Rissa d’intorno a mia madre, che schifali, fan pretendenti,
figli di gente che noi contiam fra i piú grandi signori,
ch’ànno ribrezzo di mettere pie’ nella casa del padre,
d’Icario, che dovrebbe concedere ad essi la figlia,
e la darebbe a quello che piú gli tornasse graditQ.
In casa nostra, invece, trascorron le intere giornate,
ad accoppare bovi, con pecore e pingui capretti,
e fan lauti banchetti, tracannano senza riguardo
vino fiammante, e distruggono i beni migliori; ché un uomo
non c’é, quale era Ulisse, che tenga lontano il flagello
da questa casa. Noi, da tanto finora non siamo;
ed anche pel futuro saremo da poco ed imbelli.
Bene vorrei lontano tenerlo, se forza ne avessi:
ché tollerabil non è ciò che avviene, e che vada in rovina
questa mia casa piú a lungo: dovete sdegnarvi anche voi,
dovete aver vergogna degli altri, dei nostri vicini,
e paventare l’ira dei Numi del cielo, che a male
volgan le vostre sorti, pel cruccio dell’opere tristi.
Io vi scongiuro, per Giove, che regna in Olimpo, e per Tèmi
che le adunanze scioglie degli uomini e convoca, amici,
freno ponete ad essi, che struggermi solo io non debba,
nel luttuoso cordoglio, se pure mio padre, se Ulisse
danno mai non recò, per animo tristo, agli Achivi,
sí che vogliate, ostili, spronare costoro al mio danno,
per vendicarvi: allora, per me molto meglio sarebbe
che mi mangiaste voi stessi le greggi paterne ed i beni.
Se li mangiaste voi, compenso ne avrei forse un giorno;
verrei di casa in casa, volgendovi preci, chiedendo
le robe mie, sinché tutte le avessi di nuovo ottenute.
Ora m’empiete il cuore di spasimo senza rimedio».