Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/88

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

CANTO II 25

Così, pur contro voglia, le fu necessario compirla.
E questo i pretendenti rispondono a te, perché bene
tu sappia i fatti, e teco li sappiano tutti gli Achivi.
Alla sua casa or tu rimanda tua madre, ed imponi
che sposi uno di noi, chi suo padre le imponga, o le piaccia.
Ma se pretenderà tormentare piú a lungo gli Achivi,
se troppo fiderà nelle doti che Atena le diede,
e maestria di lavori bellissimi, e mente sottile,
e accorgimenti, quali niun altra sappiamo che avesse,
né pur fra quante antiche già furono ricciole Achive,
Tiro, ed Alcmena, e Micene dal bel diadema, ché niuna
tante scaltrezze, quante Penelope sa, mai non seppe:
se ciò pretenderà, davvero che male s’appone.
Le tue sostanze qui resteremo a mangiare e i tuoi beni,
sin che tua madre in questo disegno si ostini, che in petto,
ora le ispirano i Numi. Gran fama a sé stessa procaccia;
ma tu rammaricarti dovrai d’assai beni perduti.
Ai nostri campi mai non faremo ritorno né altrove,
pria ch’ella sposo elegga chi piú tra gli Achivi le piaccia».
     E questi detti a lui Telemaco scaltro rispose:
«E come, Antínoo, posso, di casa bandir, suo malgrado,
quella che m’ha generato, nutrito? Lontano è mio padre.
Ma vive? E spento? E gran somma sborsare ad Icario dovrei,
se da la casa mia scacciassi d’arbitrio mia madre.
Patir dovrò malanni da Icario: dal Dèmone, un altro
me ne verrà: ché la madre scacciata, le orribili Erinni
invocherà contro me: degli uomini il biasimo infine
mi colpirà. Per questo, non io darò mai tal comando,
Ora, se l’animo vostro sensibile è ancora al pudore,
da questa casa uscite, cercatevi altrove i banchetti,