Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/89

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26 ODISSEA

mangiate i beni vostri, reciproche mense allestite.
Ma se vi sembra poi che sia piú piacevole e giusto
questo distruggete, senza rivalsa, i beni d’un solo,
radete pure. Ma io chiamerò de l’Olimpo i Signori,
se mai Giove conceda che ciò che vi spetta vi tocchi.
Invendicati allora dovreste qui dentro morire».
     Disse cosí Telemaco. E Giove tonante, dall’alto,
dal vertice del mondo, scagliò due aquile a volo.
Queste calarono un po’, secondo gli spiri del vento,
l’una vicina all’altra, librate su l’ali distese.
Poi, quando furono giunte sovressa la piazza sonora,
volando a rota, qui starnazzarono forte le penne,
tutti guardarono in viso, dagli occhi spirando rovina;
e l’una all’altra con l’unghie squarciando la gola ed il collo,
verso le case d’Itaca, a destra avventarono il volo.
Quando ebber visti gli augelli, sgomenti rimasero tutti,
ed ondeggiavano in cuore, che cosa avvenire dovesse.
Ed Aliterse, l’eroe vegliardo, di Nèstore figlio,
parlò, che quanti aveva compagni d’età, superava
nel decifrare voli d’augelli e profetici segni.
Questi, con senno e prudenza parlò, pronunciò tali detti:
«Porgete ascolto a quello ch’io sono per dire, Itacesi;
e specialmente ai Proci, rivolti sian questi miei detti,
poiché grave sciagura su loro già rotola: Ulisse
non rimarrà piú a lungo, lontan dai suoi cari; ma presso
forse a quest’ora già si trova, già strage e sciagura
per tutti quanti i Proci prepara; ed avremo il malanno
anche molti altri che in Itaca abbiamo soggiorno. Or su via.
sia provveduto in tempo che i Proci desistano; ed essi
si pieghin di buon grado: sarà molto meglio per loro: