Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/90

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CANTO II 27


ch’io senza prove non faccio presagi; ma so quel che dico.
Ed anche per Ulisse tornâr tutti veri i presagi,
come io li dissi, quando gli Achivi salparon per Ilio,
e seco loro, Ulisse l’accorto partiva. Gli dissi
che, dopo molti travagli, perduti i compagni suoi tutti,
dopo venti anni, in patria tornato sarebbe; né alcuno
piú lo conoscerebbe. Ciò dissi; ed or tutto s’avvera».
     Ecco e di Pòlibo il figlio, Eurímaco, questo rispose:
«O vecchio, su, da bravo, ritorna ora a casa, e il profeta
fallo ai tuoi figli, perché non incappino in qualche malanno.
Su questo punto, io sono profeta di te piú valente.
Uccelli, tanti e tanti ne volano ai raggi del sole,
né tutti quanti sono fatidici. Ulisse è ben morto,
lungi di qui. Magari tu pure cosí fossi morto,
che tanto non avresti parlato e spacciato presagi,
né di Telemaco avresti la furia aizzata, sperando
qualche regalo, ch’ei voglia largirti, e recartelo a casa.
Ora, una cosa chiara ti dico, ed avrà compimento.
Se tu, che tante cose, da tanto, hai veduto, indurrai,
ecciterai, coi tuoi detti, un giovine, a duro contegno,
egli si troverà costretto a piú acerbo partito;
e a te, vecchio, imporremo la multa; e rodendoti il cuore,
tu la dovrai pagare; né lieve sarà la tua doglia.
Ed a Telemaco, innanzi a tutti, do questo consiglio.
Alla sua madre imponga che torni alla casa del padre;
e apprestino i parenti le nozze coi doni di nozze,
perché non prima, io credo, desister vorranno gli Achivi
dall’incresciosa gara; ché proprio nessuno temiamo,
neppur Telemaco, no, sebbene ha dovizia di ciance;
né dei presagi ci diamo pensiero, che tu senza effetto,